La Campagna in Iugoslavia

Premesse.

L'attacco di Mussolini alla Grecia, sferrato il 28 ottobre 1940, pose problemi urgenti sia alla Germania sia alla Iugoslavia. Molti serbi consideravano Salonicco come il loro sbocco naturale sul mare, benché fosse un porto greco, la Iugoslavia vi aveva goduto per vent'anni privilegi particolari riconosciuti da un trattato. Adesso Salonicco pareva minacciata, una parte autorevole dello stato maggiore, di cui faceva parte anche Nedie, voleva che la Iugoslavia invadesse la Grecia e s'impadronisse del porto. Ma il consiglio della corona, non era d'accordo a rompere l'antico trattato e Nedie fu costretto a dare le dimissioni. Del resto, le divisioni italiane si trovavano in difficoltà, la sorte di Salonicco quindi non sembrava più un problema molto urgente. Nel novembre 1940 Hitler aveva assoluto bisogno della collaborazione iugoslava. Una Iugoslavia amica avrebbe potuto consentire alla Germania di sottrarre l'Italia alle umiliazioni che le infliggevano i greci, inoltre Hitler aveva ormai concluso che la guerra contro la Russia era inevitabile e non poteva correre il rischio di avere una Iugoslavia ostile sul fianco delle vie di comunicazione delle sue armate meridionali. Quindi non gli restava che tentarla con l'esca di Salonicco, affinché entrasse nel tripartito, il 27 novembre il ministro degli esteri Iugoslavo Cincar Markovic ricevette l'invito di recarsi a Berchtesgaden. A Berchtesgaden il ministro degli esteri iugoslavo si sentì rivolgere dolci parole miste a velate minacce Cincar Markovic evitò d'impegnarsi; però sia per rinnovare l'assicurazione contro i rischi sia per compiere un gesto diplomatico verso un vassallo della Germania, gli iugoslavi ebbero con gli ungheresi una serie di cordiali colloqui che il 12 dicembre sfociarono in un " patto di pace permanente e amicizia perpetua " fra Iugoslavia e Ungheria. La frase bizzarra fu un'ispirazione di Cincar Markovic. I fatti dimostrarono che era stata un'ispirazione infelice. Il governo Cvetkovic era riluttante ad impegnarsi più a fondo con la Germania. A Belgrado le simpatie della massa andavano agli alleati e specialmente ai greci che in questo periodo stavano avanzando nell'Albania meridionale. I comunisti iugoslavi, il cui partito era fuori legge ma potente e ben organizzato da Josip Broz Tito, si erano mantenuti ostili alla Germania nonostante il patto nazi sovietico e le loro manifestazioni antitedesche erano cosi diffuse da ottenere l'apprezzamento del ministro americano a Belgrado Arthur Bliss Lane. I sentimenti antinazisti non erano una prerogativa dei comunisti e dei loro simpatizzanti. Numerosi alti ecclesiastici, fra cui il patriarca ortodosso, uomini d'affari e anche parecchi ufficiali dell'esercito ritenevano che col tempo e con l'aiuto dell'America, gli alleati avrebbero finito col riportare la vittoria. Accettare la protezione dei tedeschi non soltanto sarebbe stato inconciliabile con il passato della Serbia ma alla lunga si sarebbe dimostrato svantaggioso. Cominciarono a circolare voci intorno a un possibile colpo di stato, che arrivarono a Londra e a Washington e persino nella capitale tedesca.

Il governo Cvetkovic condusse abilmente i negoziati con Berlino compiendo sforzi disperati per guadagnare tempo. Aveva tre ottimi motivi per procrastinare: se la Iugoslavia avesse potuto fare opera di mediazione tra l'Italia e la Grecia, se la sarebbe cavata con un impegno meno compromettente di una sua adesione al tripartito; se Hitler avesse dichiarato la guerra all'Unione Sovietica, come gli agenti iugoslavi assicuravano che intendeva fare, il conflitto a oriente l'avrebbe distolto dai Balcani; e soprattutto per ogni settimana guadagnata aumentavano le speranze di ottenere l'aiuto dell'Inghilterra e forse anche quello della neutrale America.

Ben presto fu evidente che né Atene né Roma intendevano accettare la mediazione iugoslava e le relazioni fra la Germania e l'URSS rimanevano apparentemente immutate. Gli iugoslavi avevano però tutti i motivi per aspettarsi un appoggio dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. Il principe Paolo aveva ricevuto messaggi personali da Giorgio VI e dal presidente Roosevelt che lo sollecitavano ad assumere un atteggiamento inflessibile di fronte a Hitler. Bliss Lane e il suo collega inglese Ronald Campbell insistettero ripetutamente su questo punto in una serie di colloqui col reggente e con Cincar Markovic. Però quando gli iugoslavi chiesero assicurazioni precise in merito agli aiuti sia Campbell sia Lane furono evasivi: gli inglesi erano impegnati in Grecia e nell'Africa Settentrionale e gli Stati Uniti potevano promettere soltanto l'invio di armi in un lontano futuro.

Dopo tre mesi di temporeggiamenti iugoslavi la pazienza di Hitler cominciò ad esaurirsi. Riteneva di aver offerto condizioni generose: la promessa di Salonicco e una garanzia per i confini in cambio dell'adesione al patto tripartito e della smobilitazione della costa adriatica. Il 14 febbraio ricevette Cincar Markovic e Cvetkovic a Salisburgo e durante un colloquio di quattro ore li sollecitò ad apporre la firma. I due rifiutarono ancora d'impegnarsi. Ai primi di marzo quando truppe germaniche si attestarono lungo il confine bulgaro iugoslavo, il principe reggente andò a Berchtesgaden. Dopo cinque ore di discussioni con i capi tedeschi si convinse che non esisteva altra via d'uscita: o la Iugoslavia firmava il patto oppure doveva affrontare l'invasione e una rapida disfatta. Il 5 marzo Paolo ritornò a Belgrado col cuore greve, sicuro com'era che se il suo paese avesse resistito sarebbe stato sopraffatto in due settimane. Ciononostante per alcuni giorni pensò seriamente a sfidare Hitler. Un ufficiale dello stato maggiore iugoslavo fu inviato ad Atene per una consultazione sui problemi militari con gli inglesi e con i greci. Macek e altri croati influenti s'incontrarono segretamente con un rappresentante inglese e gli assicurarono l'appoggio dei croati purché avessero ricevuto aiuti dalla RAF. Ma gli inglesi furono brutalmente realisti, la Bulgaria era nelle mani dei tedeschi e gli inglesi avevano poche speranze di poter mandare un corpo di spedizione in Serbia facendolo risalire lungo il Vardar prima che il nemico tagliasse le comunicazioni ferroviarie. Quanto all'invio di aeroplani alla Croazia, significava invitare i tedeschi a distruggerli. Gli iugoslavi dissero, avrebbero dovuto prendere l'iniziativa e invadere l'Albania, dove si sarebbero potuti impadronire di interi depositi di armi italiane. Era una proposta allettante. La 3ª armata iugoslava cominciò ad avanzare fra i monti per accerchiare l'Albania. I preparativi dell'invasione richiesero tre settimane. Ma il tempo passava e i tedeschi non potendo sopportare ulteriori dilazioni, il 19 marzo concessero agli iugoslavi cinque giorni per aderire al patto.

Il consiglio della corona, riunito fuori Belgrado nel palazzo del principe Paolo discusse il dilemma pace guerra tutto quel mercoledì e buona parte del giovedì. Tutti erano concordi nella certezza che la Iugoslavia sarebbe stata rapidamente sconfitta però alcuni membri del governo propugnarono una " resistenza simbolica " sui monti.

Tuttavia prevalse il parere della maggioranza, secondo cui l'adesione al patto avrebbe assicurato in ogni caso la sopravvivenza. I ministri della giustizia dell'assistenza sociale e dell'agricoltura presentarono le dimissioni, ma la domenica pomeriggio la decisione fu presa definitivamente. La sera successiva Cvetkovic e Cincar Markovic partirono per Vienna con un treno speciale. La Iugoslavia firmò il patto tripartito nella capitale austriaca il 25 marzo. Churchill non si stupì troppo del corso preso dagli avvenimenti e già da qualche mese esortava i rappresentanti inglesi nella capitale iugoslava a prendere contatto con i potenziali gruppi dissidenti serbi particolarmente con i frequentatori del circolo belgradese degli ufficiali della riserva. Fu proprio qui che l'addetto aeronautico inglese diventò amico personale del generale Bora Markovic vice comandante delle forze aeree. Mirkovic era un patriota serbo, all'accademia militare serba che aveva frequentato negli anni precedenti la prima guerra mondiale era stato allievo del colonnello " Apis " Dimitrievic l'organizzatore semi leggendario della Mano Nera la famosa società segreta che nel 1914 aveva ordito il complotto di Sarajevo e che nel periodo 1911 1916 aveva tentato di assicurarsi il controllo sulla politica serba. Mirkovic sondò con molta cautela l'umore dei colleghi aviatori e con il tacito appoggio del suo comandante in capo generale Simovic sviluppò un piano per impadronirsi della capitale.

Alle 2.20 del 27 marzo Mirkovic entrò in azione. I carri armati e l'artiglieria avanzarono per occupare tutti i più importanti incroci stradali di Belgrado. La capitale fu tagliata fuori da tutto il resto del paese. Il generale Simovic scortato da ufficiali dell'aeronautica in uniforme azzurra occupò il ministero della guerra ingiunse a Cvetkovic d'incontrarsi con lui e lo convinse a rassegnare le dimissioni. Un proclama lanciato all'alba per radio annunziò la caduta del governo e la fine della reggenza. Il principe Paolo che si trovava a Zagabria fu rimandato in treno a Belgrado dove rinunziò ufficialmente ai poteri. Quindi parti per l'esilio. Mirkovic che non aveva l'intenzione di assumersi personalmente funzioni politiche, ritornò all'aeroporto di Zemun e lasciò il governo nelle mani di Simovic. Il 27 marzo fu una giornata di esultanza per Belgrado una giornata di inni patriottici di sbandieramenti e di slogan di sfida lanciati a gran voce. Ma quello che contava era la reazione di Berlino. Quattro mesi prima, verso la fine di novembre i tedeschi avevano deciso di andare in aiuto degli italiani quando il disgelo primaverile avesse reso transitabili le strade dei Balcani. Adesso la neve stava sciogliendosi e l'" Operazione Marita " (il nome convenzionale per l'attacco alla Grecia) sarebbe dovuta scattare la prima settimana di aprile. Hitler fu informato della rivolta belgradese il mattino del 27 marzo e a tutta prima si rifiutò di credervi. Quel giorno il generale Halder capo dello stato maggiore generale tedesco, presiedeva una riunione di comandanti dell'esercito nel sobborgo berlinese di Zossen, per discutere i preparativi dell'" Operazione Barbarossa ". A mezzogiorno la seduta fu interrotta da un'improvvisa convocazione di Hitler. Nella cancelleria del Reich ai generali si aggiunsero anche Gorirg e Ribbentrop.

Lo stesso pomeriggio, alle quattro, Hitler firmò la " Direttiva n. 25 " in cui era tracciato il piano generale delle operazioni: il colpo principale sarebbe venuto dalla 12ª. armata tedesca al comando del feldmaresciallo Wilhelm von List che si stava già concentrando in Bulgaria. Era previsto l'aiuto dell'Italia, dell'Ungheria e, in misura più ridotta, anche della Bulgaria. La Germania non avrebbe presentato a Belgrado nessun ultimatum. L'inizio dell'" Operazione Marita " sarebbe coinciso con l'invasione della Iugoslavia. L'" Operazione Barbarossa " doveva essere differita " fino a un massimo di quattro settimane ". La mattina successiva Halder aveva già completato il piano in tutti i particolari e i tedeschi avevano compiuto sondaggi a Roma presso Mussolini e a Budapest presso il reggente dell'Ungheria ammiraglio Miklos Horthy. Mussolini si affrettò a telefonare la propria adesione incondizionata all'attacco contro la Iugoslavia, sottolineando l'importanza che attribuiva al ruolo del suo protetto il croato Ante Pavelic. A Budapest Horthy avrebbe voluto inviare quanto prima truppe ungheresi lungo il corso del Danubio, ma il presidente del consiglio conte Pal Teleki e il ministro degli esteri Laszlo Bardossy gli opposero considerevoli riserve. Horthy si lasciò convincere a smorzare il tono della risposta a Hitler: per il momento non si sarebbe compromesso eccessivamente, limitandosi ad autorizzare soltanto colloqui militari fra gli alti comandi germanico e magiaro. Ma i tedeschi lessero fra le righe del messaggio di Horthy e lo interpretarono come un'accettazione della proposta di Hitler. Il 28 marzo il generale von Paulus si recò in volo da Berlino a Budapest per concentrare gli accordi con i capi dell'esercito ungherese.

Teleki continuò a mostrarsi contrario a partecipare ad un attacco contro il paese con il quale aveva stipulato un patto amichevole. Però la sua impopolarità aumentava di giorno in giorno e il 3 aprile, piuttosto che aderire alla collaborazione con i tedeschi, si uccise con un colpo di pistola. A Belgrado, intanto i nuovi capi politici si crogiolavano in una pericolosa euforia. Gli abitanti della capitale sembravano soddisfatti. Acclamavano il giovane re Pietro II e continuavano a cantare inni e a sventolare bandiere ogniqualvolta si presentava l'occasione. Se la guerra fosse venuta l'avrebbero accettata, ritenevano certo l'aiuto della Gran Bretagna e molti erano convinti che né l'America né l'Unione Sovietica avrebbero consentito ai tedeschi di soggiogarli.

Simovic e il suo governo, tuttavia, erano assai meno risoluti dell'uomo della strada, e Bliss Lane e Campbell non tardarono a scoprirlo. Simovic sapeva che i croati quali che fossero i sentimenti dei serbi, erano ancora riluttanti a farsi trascinare nella guerra e ai suoi occhi il problema croato appariva cosi serio che insistette per tenere Macek nel governo, come un talismano che gli avrebbe garantito la lealtà croata, sebbene Macek avesse accettato, in qualità di ministro del gabinetto Cvetkovic, il patto tripartito e fosse sospettato giustamente di avere avuto dopo il colpo di stato colloqui segreti con un rappresentante dei tedeschi.

Simovic desiderava mantenere neutrale la Iugoslavia. Il 30 marzo rifiutò di ricevere il ministro degli esteri britannico Anthony Eden, che si trovava allora ad Atene, per timore che i tedeschi considerassero la visita un atto di ostilità. Riteneva di poter fare impressione sulla Germania con un trionfo diplomatico. Il 1° aprile il ministro iugoslavo a Mosca iniziò conversazioni con i sovietici, nella speranza di arrivare alla conclusione di un patto militare. Il governo sovietico non si spinse cosi lontano, però nelle prime ore del 6 aprile i rappresentanti dei due paesi firmarono un " trattato di amicizia e di non aggressione ". Fu un gesto colmo di significato, come il suicidio di Teleki, e altrettanto inutile.

Simovic, nonostante il rifiuto di ricevere Eden, due giorni, dopo accettò di avere un colloquio segretissimo con il capo dello stato maggiore generale dell'impero britannico feldmaresciallo sir John Dill, che si recò in volo da Atene a Belgrado, in borghese. Dill restò profondamente deluso delle sue conversazioni con Simovic e con il suo ministro della guerra, poiché né l'uno né l'altro intuivano l'imminenza dell'aggressione tedesca. Simovic rifiutò di stipulare un accordo formale con la Gran Bretagna. Però era disposto ad autorizzare conversazioni tra il suo rappresentante, il capo di stato maggiore generale Jankovic e alti ufficiali greci e inglesi.

Il 3 aprile Jankovic s'incontrò col generale greco Papagos e col generale britannico Wilson a Kenali sul confine greco iugoslavo, ma i progressi realizzati furono scarsi. Tutt'e due le parti rimisero allarmate rilevando la debolezza dell'interlocutore: Jankovic finse d'essere convinto che gli inglesi una volta che i tedeschi avessero attaccato la Iugoslavia, avrebbero fatto "fluire a Salonicco quindici divisioni e non dimostrò comprensione per l'impegno della Gran Bretagna in Libia. In quel momento le forze del Comonwealth in Grecia erano rappresentate in tutto e per tutto da due divisioni australiane, una neozelandese e una brigata corazzata britannica.Wilson e Papagos, da parte loro si sgomentarono nell'apprendere che Jankovic non era disposto a discutere un'avanzata jugoslava in Albania.

Il pomeriggio del 30 marzo Hitler approvò il piano particolareggiato per l'invasione della Iugoslavia, sottopostogli da Halder. La divisione corazzata e il reggimento SS " Adolf Hitler " avrebbe formato l'avanguardia dell'attacco principale di List, che sarebbe stato lanciato il 6 aprile sulla direttrice di Skoplje, avendo come obiettivo di tagliare fuori gli iugoslavi dalla Grecia. Contemporaneamente un'altra colonna corazzata sarebbe avanzata, molto più a sud, da Petric verso Strumica e il basso Vardar mentre cinque divisioni, di cui tre corazzate, avrebbero puntato direttamente su Salonicco. Due giorni dopo l'8 aprile, il XIV Panzerkorps del generale von Kleist, formato da una colonna corazzata di tre divisioni rinforzate da due divisioni di fanteria tedesche e da una bulgara, doveva avanzare su Nis con meta finale Belgrado. Il 12 aprile il XLI del generale Reinhardt sarebbe avanzato sulla direttrice sud ovest dilla città romena di Timisoara verso Belgrado e contemporaneamente la 21 armata tedesca, al comando del generale Maximilian von Weichs, avrebbe attraversato l'Austria e l'Ungheria meridionali per penetrare in Slovenia e in Croazia. L'VII Fliegerkorps della Luftwaffe, forte di 414 apparecchi, doveva appoggiare le operazioni militari di List e di Kleist, mentre il IV Fliegerkorps al comando del generale Lohr avrebbe bombardato Belgrado e appoggiando quindi la 2ª armata. Lohr aveva a disposizione 576 apparecchi provenienti dalla Sicilia, dalla Francia e dalla Germania, oltre ad altri 168 di riserva

Per ammassare forze cosi ingenti i tedeschi dovettero distogliere sei divisioni e due comandi di corpo d'armata dal complesso delle truppe destinate a invadere l'URSS. Indubbiamente esageravano nel valutare la capacità di resistenza della Iugoslavia. Erano particolarmente allarmati dalla possibilità di un'incursione iugoslava in Albania dove in base ai rapporti del servizio segreto il generale Nedic aveva raccolto nove brigate ben equipaggiate. Hitler temeva inoltre che le difficoltà del terreno montuoso ostacolassero la marcia delle sue armate nella Serbia meridionale e nella Bosnia e era impaziente di giungere a una rapida liquidazione della Iugoslavia.

Gli iugoslavi riuscirono a mobilitare soltanto 28 divisioni di fanteria e di cavalleria, ma come in Polonia, se fossero state pronte a ritirarsi nelle montagne avrebbero potuto infliggere gravi danni ai tedeschi, invece, il piano difensivo iugoslavo prevedeva la resistenza su tutti i nodi stradali lungo i confini del regno e l'esercito fu spiegato in formazione molto sottile lungo i 1.630 km di frontiera terrestre. Questa dispersione delle forze fu rovinosa. Simovic stesso ammise più tardi che alla battaglia contro i tedeschi avevano preso parte solo cinque divisioni di fanteria e due di cavalleria.

Il 6 aprile era la domenica delle palme, alle cinque del mattino, il generale Mirkovic fu chiamato con una telefonata urgente al comando delle forze aeree: un posto di osservazione situato 128 km più a nord, a Srb, aveva comunicato che 50 aerei in formazione serrata, provenienti dall'Ungheria, si stavano dirigendo sulla capitale. Un quarto d'ora più tardi altri posti di osservazione avvistarono dalla sommità dell'antica fortezza turca del Kalemegdan la prima ondata di Stuka. Gli Stuka si precipitarono sulla stazione ferroviaria, sul palazzo reale e sul campo d'aviazione di Zemun.

Gli iugoslavi furono colti di sorpresa. Ritenevano che la guerra sarebbe scoppiata, a un certo intervallo dalla regolare presentazione di un ultimatum. Non erano moralmente preparati a sopportare un colpo di questo genere. Lo stesso Simovic era impegnato per motivi familiari, quella domenica: si era recato in macchina in un sobborgo periferico di Belgrado per il matrimonio della figlia. Di fronte allo spettacolo delle rovine Simovic decise che il governo si trasferisse immediatamente a Uzice, fra le colline della Serbia.

Le bombe caddero per due giorni sulla città, con brevi intervalli. Cinquanta caccia iugoslavi furono distrutti a terra sul campo d'aviazione di Zemun durante la prima incursione. Alcuni Hurricane decollarono e impegnarono i tedeschi; per un malaugurato equivoco, tipico, però, di situazioni come questa, attaccarono anche alcuni Messerschmitt iugoslavi che si erano alzati in volo da altri campi per accorrere in difesa della capitale. La domenica sera il centro di Belgrado era ridotto a un cumulo di macerie, i morti sotto il bombardamento della capitale furono 17.000.

A poco più di dodici ore dalla prima incursione aerea il gabinetto si riunì nel Palace Hotel di Uzice, presieduto da Macek, perché Simovic era rimasto ingolfato nella lunga colonna di profughi che avevano abbandonato la capitale. Le notizie erano gravi ma non ancora disperate. I tedeschi avevano attraversato in forze la frontiera soltanto in Macedonia, dove la 9ª divisione corazzata tedesca stava avanzando su Skoplje e la colonna partita da Petric aveva occupato la cittadina di Novo Selo. La mattina dell'8 aprile, quando ebbe luogo il secondo consiglio dei ministri, la situazione era notevolmente peggiorata. Il governo aveva perduto ogni contatto con i capi militari tranne un'unica linea telefonica, che funzionava a intermittenza, col generale Nedic.

Le notizie che lo raggiunsero furono terribili: la periferia di Skoplje era stata occupata la sera precedente, la colonna partita da Petric aveva conquistato Stip, la 3ª armata iugoslava si stava ritirando a ovest, verso Kossovo, lungo la strada della ritirata serba del 1915. Fino a questo momento erano stati sorretti dalla speranza nell'aiuto degli alleati. Adesso questa possibilità era svanita, perché le difese greche erano crollate sotto il peso dei carri armati tedeschi e nel momento stesso in cui il gabinetto iugoslavo teneva seduta i Panzer entravano nel porto di Salonicco.

L'8 aprile, alle 5.20, il XIV corpo d'armata tedesco incominciò ad avanzare lungo il corso della Nisava. I carri armati di Kleist varcarono il confine, penetrarono a cuneo fra la divisione " Toplica " e la divisione " Drina ", s'impadronirono di Pirot e arrivarono alla periferia di Nis, la seconda città della Serbia, tutto in una sola giornata. Le forze iugoslave dislocate in questa regione non possedevano cannoni controcarro e i numerosi atti di eroismo individuale furono inutili. A sera la 9ª divisione corazzata aveva superato Nis e gli iugoslavi si stavano ritirando disordinatamente a ovest. Fra Nis e Belgrado erano rimaste soltanto unità isolate e gruppi di riservisti in attesa di ordini che l'invasore rendeva nulli ancor prima che arrivassero.

Adesso il principale avversario di Kleist erano le condizioni atmosferiche. Dopo due giorni di sereno, l'8 aprile in montagna era ricominciato a nevicare. troppo tardi per salvare gli iugoslavi ma in tempo per ritardare l'ingresso di Kleist a Belgrado. Hitler sempre impaziente di concludere alla svelta la guerra nei Balcani, ordinò alla 21 armata di accelerare i preparativi e le prime unità della 21 armata, in ottemperanza all'ordine, attraversarono il vecchio confine dell'Austria e quello ungherese la mattina del 9 aprile, tre giorni prima di quanto era stato stabilito il LI corpo d'armata, avanzando dalla Stiria, conquistò Maribor e l'8ª divisione corazzata mosse da Barcs, nell'Ungheria meridionale, e attraversò senza resistenza la Drava.

L'avanzata in forze della 2ª armata cominciò il 10 aprile all'alba. Mentre l'8ª divisione corazzata scendeva lungo la Drava puntando su Belgrado, la 12ª divisione corazzata attraversò la frontiera a Gyékényes e si spinse avanti verso Zagabria. Dopo l'occupazione di Maribor il LI corpo d'armata si frazionò, prendendo due direzioni diverse: una colonna avanzò verso Zagabria, un'altra verso Lubiana, la capitale della Slovenia.

La maggior parte delle manovre fatte in tempo di pace dall'esercito iugoslavo erano state imperniate sulla difesa di Belgrado, Zagabria e Lubiana, le tre città adesso minacciate. Le truppe però erano ormai cosi profondamente demoralizzate che opposero ben scarsa resistenza. Le tensioni razziali latenti nel paese esplosero in numerosi atti di tradimento. I Volksdeutschen di Maribor ossia la piccola minoranza di lingua tedesca si erano impadroniti degli edifici pubblici fin dal 9 aprile con le armi contrabbandate da oltre confine, sicché gli iugoslavi erano stati presi fra due fuochi. Adesso altri Volksdeutschen difendevano i ponti sulla Drava, facilitando la marcia dell'8ª divisione corazzata.

I croati non avevano voglia di combattere per uno stato iugoslavo nel quale avevano cessato da un pezzo di credere. Due reggimenti completi passarono ai tedeschi il 10 aprile e un terzo si consegnò agli ungheresi. Singole compagnie sventolarono la bandiera bianca all'apparire degli aeroplani nemici, attendendo passivamente l'arrivo delle unità di fanteria alle quali si sarebbero arrese. Una compagnia di motociclisti germanici che avanzava con circospezione attraverso la pianura della Slavonia sbalordì nel trovarsi di fronte un'intera brigata pronta ad arrendersi. La divisione corazzata proveniente da Gyékényes copri i 112 km fino a Zagabria in meno di dodici ore e la stessa sera fu raggiunta da una divisione alpina scesa dalla Stiria. Il 10 aprile, al calare dell'oscurità, Zagabria era saldamente tenuta dai tedeschi che nella marcia sulla città avevano ricevuto la resa di circa 15.000 uomini.

Fino a questo momento gli alleati della Germania erano rimasti inattivi a prescindere dalla divisione bulgara aggregata al XIV gruppo d'armate di Kleist. Ma alla notizia della caduta di Zagabria gli italiani non si trattennero più. L'11 aprile la 2ª armata italiana, al comando del generale Ambrosio, avanzò cautamente verso Lubiana. Quando vi arrivò la trovò già occupata dai tedeschi Altre unità italiane incominciarono ad avanzare lentamente lungo la costa dalmata, muovendo da Zara verso sud e il 17 aprile entrarono a Ragusa (Dubrovnik) con le fanfare in testa ai reggimenti.

Anche gli ungheresi conclusero che non vi erano ragioni, adesso che la Iugoslavia si era disintegrata, per non proteggere la minoranza magiara della Voivodina. L'11 aprile cinque brigate ungheresi penetrarono nel triangolo compreso fra la Drava, il Danubio e il Tibisco, impiegando truppe paracadutate per impadronirsi dei ponti. L'esercito iugoslavo ostacolò ben poco i movimenti degli ungheresi, ma gruppi di borghesi opposero una certa resistenza e le strade di Novi Sad furono teatro di feroci combattimenti.

Tuttavia alla preparazione militare ungherese faceva difetto l'impeccabile organizzazione tedesca. Il terzo giorno dell'avanzata un'unità corazzata magiara che era penetrata nella cittadina di Senta esaurì il carburante e siccome in questa parte dell'Europa non esistevano stazioni di servizio, gli ungheresi dovettero andar a comperare la benzina dai droghieri del posto. Però, nonostante queste difficoltà, riuscirono a concludere la loro operazione militare il 14 aprile: avevano conquistato la Voivodina perdendo solo sessantacinque uomini.

Dopo una campagna che non era durata neppure otto giorni i tedeschi confluirono su Belgrado. La sera di sabato 12 aprile alle sette precise, il sindaco consegnò ufficialmente la città nelle mani di un capitano delle SS che aveva preceduto con la sua compagnia la colonna principale del XIV Panzerkorps di Kleist, entrando in città da est. L'8, divisione corazzata proveniente da Barcs si trovava a poche ore dalla capitale, gli ungheresi si erano attestati nella pianura al di là del Danubio e le avanguardie del XLI Panzerkorps., entrate nel Banato da Timisoara il venerdì mattina, si stavano avvicinando anch'esse a Belgrado. La mattina seguente era la domenica di Pasqua le autorità tedesche assunsero i poteri nella capitale

Virtualmente la guerra nei Balcani era finita. Il governo e re Pietro II, che si erano rifugiati a Pale, una cittadina bosniaca pochi chilometri a est di Sarajevo, decisero di raggiungere Niksic nel Montenegro dove il generale Mirkovic disponeva di un gruppo di Dornier e di Savoia Marchetti che li avrebbe potuti portare ad Atene. Il re parti da Niksic la mattina del 14 aprile; Simovic e il governo lo seguirono il giorno successivo. Prima di lasciare la Iugoslavia Simovic autorizzò il nuovo capo di stato maggiore generale Kalafatovic a concludere l'armistizio con i tedeschi. Il mattino del 14 aprile due ufficiali di stato maggiore iugoslavi, protetti dalla bandiera bianca, andarono da Kleist per chiedergli l'armistizio. I tedeschi però insistettero affinché l'accettazione dei termini, qualunque fossero, fosse sancita dalla firma di un'autorità civile. Kalafatovic si affannò a rintracciare uno dei membri del governo. Erano fuggiti tutti ad Atene, in aereo, ma nella vecchia scuola di Pale riuscì a scovare Aleksander Cincar Markovic, l'ex ministro degli esteri caduto in disgrazia sin dal 27 marzo. Poiché era stato membro dell'ultimo governo riconosciuto dai tedeschi fu riportato a Belgrado a bordo di un apparecchio della Luftwaffe e li, il 17 aprile, firmò il documento ufficiale della capitolazione iugoslava. Era il dodicesimo giorno dall'inizio della guerra e il ventiquattresimo dall'adesione al patto tripartito sottoscritto da Cincar Markovic a Vienna alla presenza di Hitler.

La Iugoslavia aveva già cessato di esistere come unità politica. La sera del 10 aprile radio Zagabria aveva proclamato l'istituzione di una " Croazia libera e indipendente " sotto la guida di Ante Pavelic capo degli ustascia, il quale però si trovava ancora a Roma. All'Ungheria fu assegnato il triangolo compreso fra il Danubio e il Tibisco che era già stato invaso dalle sue truppe; la Bulgaria occupò la maggior parte della Macedonia senza mai proclamare però l'annessione formale; all'Italia furono assegnate la Slovenia meridionale, la costa dalmata a sud di Spalato il Montenegro e la regione macedone di Kossovo. La Germania si prese la Slovenia settentrionale e occupò tutto il resto del regno iugoslavo insediando a Belgrado un governo fantoccio presieduto dal generale Nedic.

Il governo iugoslavo in esilio si stabili al Cairo e da qui prima che l'anno finisse, si trasferì a Londra. Circa 15.000 soldati iugoslavi, parecchie navi da guerra di piccolo dislocamento e un gruppo di bombardieri che erano riusciti a mettersi in salvo continuarono a combattere per la causa alleata ma il grosso delle forze armate circa 254.000 uomini era finito nelle mani dei tedeschi. Le perdite degli aggressori durante la campagna erano state modeste. I tedeschi avevano perduto in tutto soltanto 558 uomini, 151 dei quali figuravano nell'elenco dei caduti in battaglia e 15 erano dichiarati dispersi e presumibilmente morti. Nella rapida marcia da Timisoara a Belgrado il XLI corpo d'armata era rimasto praticamente indenne: lamentava la perdita di un solo ufficiale, vittima della pallottola di un franco tiratore.